67 anni fa, il 25 novembre 1953, la storia del calcio cambiava per un’amichevole. È strano a dirsi, ma molto di quello che vediamo oggi in campo, ogni domenica, ogni martedì o mercoledì, è influenzato da quello che è successo nel prestigioso Stadio di Wembley durante la partita fra Inghilterra ed Ungheria.

Per quei tempi era considerato un onore essere invitati dagli inglesi a giocare sul prato della Regina. L’Inghilterra aveva inventato il calcio, e si vantava di un record straordinario: a Wembley non aveva mai perso. Gli inglesi si consideravano gli unici a detenere il sacro fuoco del football, i migliori a giocarlo, gli unici che potevano scegliere come si dovesse giocare a calcio.

ungheria inghilterra

Sul prato di Wembley arrivò una nazionale semi sconosciuta, quasi sempre nascosta dalla grande luce dell’Austria di Hugo Meisl e del suo Wunderteam che si dissolse poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. I principi di gioco che avevano portato il Wunderteam alle cronache si svilupparono pure nella vicina nazione magiara, e nacque una generazione di calciatori straordinari. Grazie al gioco magiaro la nazionale ungherese aveva vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Helsinki appena un anno prima.

Quando si cominciò a giocare con più frequenza con il WM anche in Ungheria si notò che qualcosa non andava, in particolare in Ungheria non c’erano centravanti forti a livello fisico, gli ideali “number nine” inglesi, possenti fisicamente e bravi nei duelli aerei, così si scelse semplicemente di rimuovere il ruolo, di invertire la M e di giocare con un falso centravanti.

Il falso centravanti dell’Ungheria fu Nandor Hidegkuti, l’allenatore, Sebes, aveva organizzato tutta la squadra per avere massima fluidità a livello offensivo ma cercare anche di rischiare meno possibile a livello difensivo.

Sebes incitava entrambi i terzini a salire in avanti, ma in quel caso era Lorant, il centromediano, che doveva arretrare quasi in posizione di libero. Puskas aveva libertà di muoversi a livello offensivo, mentre Bozsik doveva fare densità centralmente ed aiutare Hidegkuti nel far girare la palla. Zakarias così si abbassava fra i due terzini, quindi due presenze difensive nella zona centrale del campo, due giocatori che agivano a centrocampo per collegare i reparti e quattro attaccanti: da 3-2-2-3 a 4-2-4.

 

L’Inghilterra prese molto alla leggera la gara, convinta di vincere in maniera facile, ma in realtà andò incontro ad un’imbarcata clamorosa, così storica che ancora oggi quando si pensa ad “Inghilterra-Ungheria” il risultato della gara viene subito dopo: 3-6.

A mettere totalmente in difficoltà i padroni di casa fu proprio Hidegkuti con i suoi movimenti a venire incontro alla manovra. I difensori inglesi semplicemente non avevano mai visto una squadra giocare così, e andarono nel panico fin dal primo minuto.

Il primo gol della gara nasce da un movimento molto profondo di Hidegkuti che scambia con Kocsis.

 

Notando la straordinaria positional and pass map sviluppata da Nick Dorrington di StatsBomb notiamo la definitiva scomparsa del WM. Il modulo che aveva contraddistinto (e continuerà a farlo dopo) la storia calcistica finora comincia ad avvicinarsi a qualcosa di più moderno. Da notare Hidegkuti praticamente a centrocampo, con Puskas come giocatore più avanzato, un po’ decentrato sulla sinistra.

ungheria

Da quel momento in poi il seme del dubbio si instillerà nella mente dei grandi padri del calcio. Forse il nostro modo di vedere il calcio non è più l’unico modo?

A fine partita si parlerà chiaramente della più grande sconfitta della storia dell’Inghilterra, la quale chiese la rivincita 6 mesi dopo. Il risultato a Budapest fu persino più ampio: 7-1.

 

LE ACCUSE DI TRADIMENTO A JIMMY HOGAN

Nel momento in cui gli inglesi capitombolarono contro i magiari nell’isola britannica si cominciò a parlare di un solo nome. Jimmy Hogan.

Per capire bene la figura di questo ragazzo di origine irlandese, importantissimo per la storia del calcio, bisogna fare un passo indietro. Sfuggì ad una vita da prete, e decise di lavorare e di sviluppare la propria passione, che era il football. Dopo una serie di infortuni decise di lasciare il calcio giocato e a 30 anni divenne uno dei primi veri e propri allenatori della storia.

Già quando da giocatore era convinto del fatto che fosse fondamentale allenare anche la tecnica, e quindi allenarsi con la palla, ma questa sua convinzione era mal vista da tutti. Si pensava che tenere lontano la palla dagli allenamenti fosse sacrosanto, perché creasse l’attesa per il Sabato, il giorno della partita. Quando andò in tourneé in Olanda, agli sgoccioli della sua carriera da giocatore, capì che nell’Europa centrale potessero esserci delle potenzialità.

La sua è una storia incredibile, ha insegnato calcio in Olanda, in Austria, in Ungheria, in Svizzera, in Germania. È grazie a lui che la tattica cominciò ad essere studiata a tavolino e non improvvisata. Fu in questo periodo che i destini di Jimmy Hogan e Hugo Meisl si incrociarono. Quest’ultimo era un grande appassionato austriaco di calcio, divenne così influente da comandare la federazione del suo paese e decise di chiamare Hogan come una sorta di consulente esterno, che facesse degli stage con la nazionale e con i vari club. I due si capirono al volo, pensarono che non ci fosse nulla di sbagliato nella Piramide di Cambridge, ma che i movimenti dovevano essere diversi, dovevano essere molteplici, ben coordinati, e ben sviluppati.

Alla vigilia della prima guerra mondiale Hogan si trovava in Austria e fu lì che fu arrestato per il semplice fatto di essere inglese, dopo qualche mese di prigionia fu liberato appena prima di essere rinchiuso in un campo d’internamento in Germania. Dopo la sua liberazione gli fu concesso di allenare in Ungheria e fu lì che mise le basi della grande Ungheria. Allenò l’MTK di Budapest, che sconfisse il Bolton in una storica partita per 4-1, per poi decidere però di tornare in Inghilterra e lasciare la panchina a Dori Kurschner, uno dei suoi giocatori più esperti.

Hogan tornò in Inghilterra, ma fu trattato veramente male dalla FA, che non gli concesse la partecipazione a un fondo che la federazione aveva stanziato per i professionisti che avevano avuto problemi negli anni della guerra. L’allora segretario della FA lo trattò con disprezzo, perché non aveva combattuto ma era solo stato in prigionia, e gli regalò tre paia di calzini, dicendogli che i ragazzi al fronte erano sempre contenti di riceverli.

In realtà Hogan era considerato un traditore, aveva portato il calcio ai nemici, e lo aveva trasformato senza seguire le norme della tradizione britannica.

Alla fine di Inghilterra-Ungheria, Gusztav Sebes, allenatore dei magiari, disse ai giornalisti inglesi:

“Abbiamo giocato come Jimmy Hogan ci ha insegnato, quando viene raccontata la nostra storia il suo nome dovrebbe essere scritto in caratteri in oro”.

 

DOPO WEMBLEY

Ai Mondiali svizzeri del ’54 l’Inghilterra venne sconfitta ai quarti dall’Uruguay, mentre l’Ungheria fece a pezzi quasi tutte le avversarie, partendo dal Brasile, per passare all’Uruguay appunto. I magiari affrontarono in finale i padroni di casa, la Germania Ovest, a Berna.

Puskas non si era presentato al meglio all’occasione per via di un infortunio, ma comunque realizzò il primo gol della partita, Czibor dopo due minuti lo 0-2, poi la Germania in maniera rocambolesca riuscì a reagire a ribaltare il risultato. La Germania vinse la Coppa Rimet in quello che viene ricordato ancora oggi come il Miracolo di Berna. L’Ungheria, la più grande squadra di quel periodo, non riuscì a vincere il trofeo che meritava.

Qualche mese dopo il Wolverhampton Wanderes, campione d’Inghilterra, decide di invitare l’Honved, squadra in cui militavano i più forti giocatori di quell’Ungheria, per un’amichevole al Molineux. Per l’occasione il campo venne illuminato in maniera perfetta, si giocò di sera, i padroni di casa giocarono con una maglia speciale e andarono a vedere la partita 55.000 persone.

 

La partita finì con un 3-2 per gli inglesi, che a fine partita si proclamarono: Champions of the World.

Di fronte a questo titolo, si alzarono diverse voci in Francia, e in Italia. Ci sarebbero state tantissime squadra in giro per l’Europa pronte a battere il Wolverhampton, così nasce l’idea di creare qualcosa di più ricorrente di un Mondiale, che coinvolgesse le squadra di club, che permettesse anche alle squadre di calcio di guadagnare di più. Nacque così la prima Coppa dei Campioni, che cominciò nel settembre del 1955.

È facile dunque capire quanto quella semplice amichevole giocata senza troppe pretese cambiò la storia del calcio. Alla luce del trasferimento di Puskas a Madrid, e quindi della creazione del grande Real con la grande coppia formata dall’ungherese e da Di Stefano, è ancora più chiaro come senza quel pomeriggio di Wembley molte cose sarebbero andate diversamente.

 

Se vi va di approfondire, dedicai buona parte della mia “Storia del calcio e delle sue tattiche” durante il lockdown alla storia dell’Ungheria di Puskas:

 

 

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