Storia della Tattica

La rivoluzione dei portieri moderni

On Novembre 5, 2020
By Gianluca Corbani | 0 Comments

La rivoluzione inizia una notte d’estate del 2014.

Porto Alegre, profondo sud del Brasile, già città natale di Ronaldinho, ospita l’ottavo di finale del Mondiale tra Germania e Algeria che si concluderà con l’inevitabile qualificazione dei tedeschi. L’esito si annuncia scontato eppure, nell’arco dei 120 minuti di partita, il copione pronosticato alla vigilia lascia spazio ad una serie di variazioni croccanti. La sfida è decisamente più combattuta del previsto, i tedeschi prevalgono 2-1 solo dopo una lunga battaglia sul filo dell’equilibrio e i gol di Schurrle e Ozil decidono nei tempi supplementari.

Ma soprattutto, Manuel Neuer si rende protagonista di una prestazione individuale tra le più imponenti di ogni tempo.

Il numero uno del Bayern tocca 19 palloni fuori dall’area di rigore, spesso fermando in uscita (con i piedi) gli avversari lanciati in campo aperto; rilancia l’azione completando 42 passaggi con una precisione del 79%; copre porzioni di campo per un totale di 5 chilometri e mezzo. Quella notte l’uomo con i guantoni cessa di essere una protesi legata al resto della squadra e diventa, a tutti gli effetti, un giocatore di movimento: un surplus tattico capace di tenere la difesa alta a 40 metri dalla porta, di abbandonare l’area non solo per fermare l’attaccante avversario e spazzare, bensì di riciclare il pallone e far ripartire il gioco in superiorità numerica.

Braccando a più riprese le ripartenze profonde dell’Algeria, come un vigile con la paletta alzata, Neuer ridefinisce – improvvisamente e irreversibilmente – il ruolo del portiere nella modernità. E lo fa in un contesto di massimo rischio e di elevata pressione, nella sfida da dentro o fuori di una fase finale della Coppa del Mondo, riempiendo di toppe la serata storta dei compagni di squadra.

Il giorno dopo la stampa tedesca batterà quella zona grigia compresa tra celebrazione e l’ironia sagace: <<Il miglior libero dai tempi di Beckenbauer>>. Coperta alle spalle dal nuovo libero, ribattezzato sweeper-keeper, la Nazionale di Low eliminerà la Francia di Deschamps nei quarti, eseguirà il leggendario massacro del Mineirazo con un pressing alto che manderà in tilt le confuse fonti di gioco del Brasile di Scolari e infine, al Maracanà, completerà il cammino piegando ai supplementari anche l’Argentina di Messi.

La rivoluzione degli spazi e del pensiero

Sei anni sono trascorsi da quel Mondiale. Da allora il calcio ha definitivamente cambiato forma. Se non un altro sport, è diventato senza dubbio un altro gioco. Più lungo, più complesso, più legato alla conquista degli spazi. Con gli occhi dell’intero pianeta puntati addosso, Neuer ha spinto il ruolo del portiere verso l’innovazione, allargandone il raggio d’intervento sul campo e ampliandone le funzioni: non solo guardiano della zona compresa tra i due pali, la traversa e l’area piccola, ma libero in fase di non possesso, primo costruttore nell’impostazione da dietro.

Già nel passato avevamo assistito alle scorribande di alcuni portieri particolarmente spregiudicati (Jongbloed, Higuita), ma si trattava di stravaganze del momento, slanci di futuro isolati. Con la rivoluzione avviata dal gigante di Gelsenkirchen, invece, la nuova interpretazione del ruolo si consolida e inaugura un lungo filone di nuovi portieri capaci di essere allo stesso tempo libero e playmaker sempre più disinvolti nel gioco con i piedi. L’elenco è imponente: da Claudio Bravo a Ter Stegen, transitando per Reina, approdiamo infine al brasiliano Ederson, con il suo mancino da mezzala, forse il miglior passatore con i guantoni mai visto su un campo di calcio.

Quello che è cambiato nel frattempo, possiamo facilmente osservarlo ogni volta che accendiamo la tv, andiamo (andavamo) allo stadio o ci colleghiamo in streaming per seguire un match. Il trend del portiere volante e del gioco basso si è diffuso a cascata anche nelle categorie minore fino ai settori giovanili, investendo l’intero calcio mondiale. A qualsiasi livello oggi, quando la pandemia lo permette, in qualsiasi cultura calcistica – dalla Champions League ai campi di provincia – è possibile vedere portierini degli Allievi o dilettanti fraseggiare fin dalla propria area, un fenomeno così diffuso da rappresentare ormai un aspetto centrale del gioco. Non sempre apprezzato, in verità, ma imprescindibile da interpretare per tenere il passo della contemporaneità.

Un esempio di quanto la rivoluzione dei portieri abbia permeato in profondità anche il calcio dilettantistico e giovanile: un’analisi della costruzione del gioco dal basso, con sistematico coinvolgimento del portiere, nella Juniores della Sanremese.

Per capire come siamo arrivati a questo ribaltamento radicale del vecchio calcio, pensato orizzontalmente secondo la logica di reparti scollegati dai portieri, innanzitutto, è utile riordinare le conseguenze dell’effetto Neuer in quattro concetti basilari:

1)   In fase di costruzione, il portiere è l’uomo in più e garantisce la superiorità numerica (quindi vantaggio) sul pressing avversario. I giocatori di movimento non sono più 10, ma 11.

portieri

Ederson costruisce una superiorità numerica di 3 contro 2 sugli attaccanti avversari

2)   Il portiere che partecipa attivamente al gioco toglie un uomo alla difesa, lo rende superfluo. Collaborando con i componenti della linea difensiva per avviare l’azione, il portiere può così ‘’liberare’’ almeno un laterale o un centrale, che saranno avanzati per contribuire allo sviluppo del gioco in settori più alti del campo. Aumentando la densità e le opzioni sul fronte offensivo, per tenere maggiormente impegnata la difesa avversaria. Un esempio pratico: se un tempo 4 difensori (i 2 centrali e i 2 terzini) erano necessari per iniziare la manovra da dietro e consolidare il possesso, oggi lo stesso lavoro può essere svolto da 3 difensori di movimento (magari 2 centrali più un terzino ‘’bloccato’’) più il portiere, mentre l’altro laterale si alza e diventa un’ala a tutti gli effetti.

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Alphonso Davies del Bayern, prototipo del terzino-ala contemporaneo: il canadese cresciuto come attaccante esterno, non partecipa alla fase di costruzione, ma conquista subito la massima ampiezza a sinistra per liberare tutta la sua velocità e la sua tecnica negli ultimi 30 metri del campo.

3)   In fase difensiva, il portiere moderno può coprire 50 metri di profondità alle spalle della retroguardia (proprio come Neuer a Porto Alegre nel 2014) e alzare sensibilmente il baricentro della squadra nell’azione di pressing. Anche in questo caso, il portiere si prende carico di un compito che in passato spettava ad un difensore di movimento: chiudere in seconda battuta alle spalle della terza linea. Esattamente quello che faceva il vecchio libero.

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4)   Nella circolarità delle relazioni tra i punti precedenti, la ricerca sempre più insistita del palleggio dal fondo attraverso il portiere attrae e intensifica la reazione della controparte. La dialettica tattica che ne deriva è la seguente: più grande è il rischio di essere intercettati davanti alla propria porta, maggiore sarà il beneficio una volta saltato il pressing avversario. Se questo accadrà il campo si aprirà davanti e allora sarà possibile trovare le premesse per un attacco pericoloso negli spazi, puntando i reparti esposti della formazione rivale.

Il calcio sgorgato da questa rivoluzione degli spazi e del pensiero è per tutti un’esperienza nuova, sotto certi aspetti più simile agli scacchi. L’upgrade del ruolo di portiere ha determinato sviluppi impensabili, che fino a pochi anni fa sarebbero stati digeriti come paradossali provocazioni (per attaccare meglio muovo la palla nella mia area; per difendere meglio occupo la metà campo avversaria) e invece ora rappresentano i requisiti per entrare nelle logiche che sottendono qualsiasi partita, sia essa di alto, medio e talvolta anche basso livello.

In tutto questo, naturalmente, non poteva mancare Guardiola.

Perché questa non è solo la rivoluzione di Guardiola, ma anche la rivoluzione di Guardiola.

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La destrutturazione della linea a 4

Le strade di Manuel Neuer e Pep Guardiola si incrociano in Baviera nel triennio 2013-2016, proprio a cavallo del Mondiale brasiliano. In quegli anni il guru catalano sta trapiantando nel Bayern i principi del gioco di posizione, fondato proprio sulla ricerca della superiorità numerica nonché dell’uomo libero tra le linee (l’elemento-chiave che permette al gioco di progredire). In tale sistema la centralità di Neuer finisce presto per dilatarsi con prepotenza.

Troppo spesso, nelle narrazioni delle grandi svolte tattiche, sottovalutiamo un dettaglio. Senza i ponti edificati da fuoriclasse in grado di trasferire e semplificare sul campo concetti astratti, nessun allenatore troverebbe la strada verso la gloria camminando solo con le proprie gambe. Neuer per Guardiola è esattamente questo: un ponte tra la visione di un futuro possibile e la sua concreta applicazione sul campo.

La serata che spalanca un nuovo orizzonte è quella del 6 maggio 2015, la semifinale della Champions League che riporta – con un largo e vertiginoso giro del destino – Pep al Camp Nou contro il Barcellona invincibile di Luis Enrique. Al cospetto di un tridente capace di far saltare qualsiasi equilibrio di reparto, dotato di Neymar e Suarez a supporto del miglior Messi di sempre, Guardiola accetta la parità numerica schierando una difesa a 3 uomo contro uomo che oppone Benatia, Boateng e Rafinha alla MSN. Un azzardo calcolato: la teorica parità numerica, che esporrebbe i tre difensori al duello costante con i prestigiatori blaugrana, viene in realtà annullata dall’immensa ombra di Neuer che si staglia alle loro spalle. Il portierone tedesco diventa quindi l’uomo-chiave per creare un 4 contro 3 in fase di possesso e uscire tempestivamente nel caso Messi si beva Rafinha o Suarez sgusci via a Jerome Boateng.

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La rinuncia al quarto difensore permette inoltre al Bayern di guadagnare un uomo a centrocampo, dove Lahm compone un quadrato di possesso con Xabi Alonso, Thiago Alcantara e Schweinsteiger, costringendo i 3 interni del Barcellona a cedere il comando del gioco. Muller largo a destra, Lewandoswki punta centrale e Bernat alto a sinistra completano il 3-4-3 atipico.

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L’idea di fondo è che la presenza di un portiere di movimento come Neuer renda sostenibile una difesa a 3 pura (non a 5!) in parità numerica contro un avversario del livello del Barcellona, restituendo poi alla squadra 7 uomini pronti ad esercitare la massima pressione sulla metà campo avversaria. Come? Aggredendo alti, orientati sull’uomo senza palla, scalando in avanti fino a Ter Stegen, e poi una volta riconquistata la sfera palleggiando in faccia al Barca.

Nei primi 30 minuti il piano non spacca in due la partita, ma nemmeno fallisce. Il Bayern difende molto aperto e rischia, come preventivato, ma distendendosi su Neuer la squadra riesce a mandare fuori tempo il Barcellona, trovando l’uomo libero e arrivando più volte ad attaccare pericolosamente l’area. Lewandowski, servito da Muller, si divora l’occasione del vantaggio. Poi Messi – al suo zenit supremo – sale di prepotenza in cattedra e inizia a corrodere le distanze avversarie, minuto dopo minuto, giocata dopo giocata, con la brutalità leggera del suo talento. Guardiola ricorre alle contromisure, tornando alla linea a 4 e l’equilibrio regge fino al 77’. Minuto nel quale l’argentino aziona il sinistro dallo spigolo dell’area e orienta irreversibilmente la partita. Finisce 3-0. Il Bayern non riuscirà a rimontare nella gara di ritorno in Germania. Ma Guardiola quella sera, nello stadio della sua gioventù e del suo primo ciclo da allenatore, apre una prospettiva diversa sulla globalità del gioco.

Nella stagione successiva la difesa a 3 pura del Bayern, con un terzino di spinta come Alaba o un mediano adattato come Kimmich integrati nel reparto, diventa sempre più frequente. Ma non è tutto. Dividendo idealmente i campi d’allenamento di Saebener Strasse in 5 corridoi verticali, Guardiola e il suo staff mettono appunto una revisione spazialista del campo destinata a far scuola nei corsi per allenatori di tutto il mondo.

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Le regole sono semplici. La prima è occupare sempre, simultaneamente, i due corridoi esterni, i due corridoi intermedi (centro-destra e centro-sinistra) e la fascia centrale, per ‘’stirare’’ il blocco difensivo avversario, forzandolo ad una scelta. Se il rivale difende i tre corridoi interni del campo, potrò scaricare sulle due ampiezze. Se il blocco difensivo si apre per coprire le fasce, tornerò dentro negli spazi intermedi e potrò penetrare centralmente. La seconda regola determina la distribuzione sul campo: non più di 2 giocatori dislocati in verticale in ciascun corridoio, non più di 3 in orizzontale. Gli uomini possono ruotare, ma le posizioni in ampiezza, intermedie e centrali vanno sempre occupate per garantire nuove linee di gioco e facilitare lo sviluppo della manovra.

Chiaramente, questa divisione dello spazio in 5 corridoi facilita una linea di costruzione in numero dispari (quindi a 3) e la rivoluzione innescata dalla straordinarietà di Neuer, che di fatto agisce da ‘’quarto’’ difensore o in certi casi addirittura da ‘’terzo’’, permette al sistema di stabilizzarsi.

Infatti il Bayern 2015-2016 è una macchina da guerra. Come sempre uccide l’equilibrio in Bundesliga, mentre in Champions League gioca 45 minuti avanguardistici a Torino ma si sbarazza della Juventus di Allegri solo ai supplementari dell’ottavo di finale di ritorno, fermandosi di nuovo in semifinale contro l’Atletico Madrid.

Chiusa l’esperienza tedesca, Guardiola vola in Premier League e anche dalla panchina del Manchester City continua a scomporre la classica linea a 4 in strutture di costruzione con una base massima di 3 unità. Le forme cambiano in funzione delle circostanze e degli avversari: dal 2 + 3 (con i ‘’falsi terzini’’ già sperimentati in Baviera entrambi accentrati da mediani) al 3+2 della trionfale stagione 2017-2018 caratterizzato dal continuo scivolamento di Delph da ‘’quarto’’ di sinistra in fase difensiva a secondo play al fianco di Fernandinho nell’impostazione. La chiave per la riuscita delle sofisticate sperimentazioni guardioliste si chiama però Ederson, l’eccentrico portiere prelevato con forza dal Benfica per diventare a tutti gli effetti il primo playmaker della squadra. Ederson integra la linea difensiva, attira il pressing, distribuisce il gioco sul corto o sul lungo, lateralmente o in profondità, senza perdere qualità. Se necessario, alza la testa e compie lanci a lunga gittata che sorvolano il campo e servono direttamente il finalizzatore (in questo caso Aguero) per il gol.

I vantaggi della costruzione in numero dispari diventano presto evidenti, specialmente contro i sistemi di pressing che cercano di direzionare la prima giocata verso la fascia, una strategia tipica della nuova ondata tedesca di inizio anni Dieci.

Il Borussia Dortmund di Klopp, per esempio, orientava sistematicamente con il lavoro di copertura degli attaccanti il passaggio del centrale difensivo avversario verso il terzino, per poi far detonare il pressing feroce una volta che la palla giungeva sui piedi del povero laterale della difesa a 4. A quel punto gli esterni di centrocampo si fiondavano in avanti come predatori assetati di sangue e tutta la squadra strangolava il possessore avversario. L’unica via di fuga, per lui, sarebbe stata correre con la palla verso le prime file della tribuna: un topo in gabbia.

Come sempre, nella tattica, il calcio si rivela per quello che è nei suoi frammenti più basilari: un discorso di spazi. Aprirli è il problema per chi deve attaccare, chiuderli per chi difende. Per il ‘’gegenpressing’’ teutonico, la linea laterale impedisce il 50% delle opzioni di giocate e accerchiare un avversario sull’out diventa molto più efficace. Ma con la destrutturazione della difesa a 4 e la progressiva transizione verso linee di costruzione a 3 o 2+portiere (fenomeno sempre più frequente a partire dal 2016) anche la contromisura al pressing viene presto scovata.

Improvvisamente uscire in pressione sui ‘’terzi’’ esterni di una linea di costruzione a 3 diventa molto più complesso, poiché essi non partono già larghi al confine dell’out (quindi facili da chiudere come i ‘’quarti’’ della difesa a 4) ma occupano uno spazio intermedio che apre almeno due soluzioni di passaggio in avanti, una verso l’esterno del campo e una verso il centro. Aggredirli frontalmente ad alta intensità può quindi esporre chi difende al rischio di essere saltato con una certa facilità. Oppure di andare a vuoto sullo scarico indietro al portiere.

Il solito portiere, l’uomo-chiave della superiorità numerica e la prima fonte della manovra.

Irradiandosi da Guardiola, le linee di costruzione a 3 diventano sempre più utilizzate. Paulo Sousa afferma il trend in Italia, con la Fiorentina, posizionando 4 giocatori tra le linee in ampiezza e in rifinitura nell’innovativo 3-2-4-1 che disorienta e manda a vuoto qualsiasi avversario nel girone d’andata del campionato 2015-2016. Poi Tuchel, erede di Klopp al Dortmund e poi al Psg, Conte, Gasperini, Pochettino ne dilatano l’impatto sul calcio di vertice europeo. Portieri come Ederson, Ter Stegen, Onana irrompono nel gioco posizionandosi alla stessa altezza del campo dei centrali difensivi.

In tutto questo, la difesa a 4 non si estingue ma sopravvive praticamente solo come sistema difensivo. Quindi nel passaggio dalla fase di possesso alla fase di non possesso, una sorta di revival del 4-4-2 come coperta della giusta misura per la fase difensiva. Ma allo stesso tempo troppo corta per quella propositiva, tanto da rendere obbligatorio il continuo switch verso sistemi più scaglionati. Difendo a 4, ma imposto a 3 o 2, alzando un difensore o entrambi i terzini all’altezza delle mezzali, per ricavare più densità nelle tasche di campo dove si apre, si collega il gioco e si attacca.

Alternare due diverse disposizioni (una per la fase offensiva e l’altra per la difesa) diventa rapidamente un’abitudine consolidata.

Anche perché nel frattempo i vantaggi garantiti dalla continua destrutturazione della linea a 4 diventano sempre più evidenti. A maggior ragione se l’obiettivo è far collassare il pressing avversario fraseggiando fin dalla propria area, attirandolo in avanti, dilatandone le distanze, forzandolo in altre parole ad affrontare un rebus impossibile da risolvere: la copertura simultanea di ampiezza, centro e profondità del campo.

Potendo spingere un maggior numero di pedine in attacco, è infatti più semplice tenere impegnati tutti i difendenti. Si tratta in sostanza di ‘’bloccare’’ le marcature e i reparti avversari per costringerli ad una scelta.

1)   Stare bassi, compatti, coperti ma concedere la rimessa corta del portiere e subire di conseguenza un’invasione della propria metà campo con 7 o 8 avversari disposti nei 5 corridoi del campo, pronti a rompere le distanze tra difensori centrali ed esterni.

2)   Oppure uscire alti, provando a bloccare subito il gioco avversario, ma accettando i rischi della parità numerica e concedendo duelli in campo aperto con voragini di profondità alle spalle.

Più concretamente: aspettare e stringersi nelle linee strette del 4-4-2, come l’Atletico di Simeone, come il Leicester di Ranieri, come la Juve di Allegri o la Francia mondiale di Deschamps, oppure avanzare in massa e pressare uomo contro uomo senza farsi assalire dalle vertigini, ‘’rompendo’’ le linee statiche secondo l’esempio dell’Atalanta di Gasperini o dell’Ajax di Ten Hag?

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Il calcio che vediamo oggi è la ripetizione delle possibili risposte alla costruzione bassa dal portiere. E la seconda opzione, sempre più spesso, prevale sulla prima.

Il ‘’neo-calcio’’: verso uno sport a medio punteggio

L’ultimo punto di svolta fondamentale corrisponde all’introduzione della nuova regola sulla rimessa dal fondo, che dal 2019 concede ai difensori di ricevere in area il primo passaggio dal portiere senza che gli attaccanti possano entrarci.

La novità non ha fatto altro che altro che esasperare ulteriormente la rivoluzione già in corso, portando il neo-calcio verso una fase ancor più estrema e avanzata. Incrementando con la stessa intensità potenziali rischi e vantaggi della costruzione bassa, radicalizzando quindi le conseguenze di errori (sempre più ricorrenti e apparentemente assurdi) o passaggi illuminanti in uscita (sempre più cruciali nello sviluppo dell’azione), siamo arrivati all’attuale esplosione dei gol segnati.

Un effetto evidente soprattutto in Serie A. La storica roccaforte del difensivismo è crollata, nella stagione 2019-2020, sotto una tempesta di reti. Ben 1.154, record dagli anni Cinquanta, per una media di oltre 3 marcature a partita (nel 1979-1980 erano 1.7 ogni 90’) fedele al trend dell’ultimo decennio. Dalle 955 reti del 2010-2011 (media 2.51) il nostro campionato si è regolarmente assestato sopra ai 1.000 gol a stagione, con i numeri letteralmente schizzati alle stelle nell’ultimo periodo di pandemia e di stadi a porte chiuse. Quest’anno, dopo 5 giornate, siamo già a quota 144. In media, 3.38 gol segnati ogni gara.

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La stessa tendenza emerge con forza leggendo i numeri della Champions League: l’ultima edizione ha abbattuto il record di gol realizzati nella fase a girone (308) e nonostante lo snellimento dei turni ad eliminazione diretta, concentrati nella Final Eight, si è chiusa con una media di 3.3 reti a partita nelle fasi finali. Restringendo l’analisi dagli ottavi di finale in avanti, i 2.3 gol a gara della Champions 2015-2016 sembrano quasi appartenere ad un’altra epoca. Poi è iniziato il boom e non si è più scesi sotto la media dei 3, con un picco di 3.5 dell’edizione 2016-2017.

Certamente è questo il calcio ai tempi del Covid. L’effetto vuoto generato dagli spalti senza pubblico ha contribuito all’impennata. L’influenza pesante del Var, che scova e assegna rigori un tempo impensabili, costituisce un altro fattore decisivo.

Ma è il calcio in generale, sconvolto dall’impatto dei portieri moderni, ad essere mutato nella sua essenza più profonda, nella sua globalità tecnica e strategica.

Guardarsi lucidamente alle spalle aiuta a capire dove siamo arrivati, quanto avanti ci siamo spinti. In breve tempo il gioco si è allargato in termini numerici e di spazio.

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L’evoluzione del portiere ha aggiunto un giocatore di movimento ai 10 già tradizionalmente considerati, rendendo improvvisamente superfluo un difensore che è stato avanzato a centrocampo o in attacco. Pensiamo alle strutture adottate in fase di sviluppo del gioco dai top club europei: il Bayern attacca con 2-3-5 coperto da Neuer nel quale i terzini (Pavard e Davies) diventano ali aggiunte, idem il Liverpool, il Psg spesso destruttura il 4-4-2 difensivo in 3-2-4-1, e da una linea di costruzione a 3 + portiere partono anche le prime quattro classificate in Italia della passata stagione, dalla Juventus di Pirlo all’Inter di Conte passando per la Lazio di Inzaghi e l’Atalanta di Gasperini, con 5 o 6 giocatori stabilmente dislocati in ampiezza e in profondità sul fronte offensivo. Parliamo naturalmente di sistemi regolati da principi diversi, ma con alcune costanti condivise come gli sganciamenti dei ‘’difensori incursori’’ Acerbi, Bastoni, Toloi o Danilo in zone intermedie del campo, per generare superiorità numerica e aprire nuove linee di passaggio.

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L’alterazione dello spazio è un altro aspetto fondamentale della rivoluzione. L’area, da sempre una zona di sospensione del gioco o di mischia, si è trasformata in un nuovo settore di costruzione e di manovra a tutti gli effetti.

In sostanza, il calcio di oggi si gioca con un uomo in più e un difensore in meno, all’interno di un campo dilatato dall’integrazione di uno spazio extra di 16 metri per 40.

Un gioco controintuitivo, nel quale la figura del numero uno in chiave statica e convenzionale (differenziato dai compagni per specializzazione, abbigliamento e funzioni) sembra sempre più destinata ad una precoce estinzione. Un certo futuro ha già iniziato a bussare alla porta, seppur casualmente, durante Atalanta-Manchester City del novembre 2019. Dopo aver giocato per 45 minuti abbondanti a ‘’provocare’’ il pressing dei bergamaschi, attirandone le scalate fino all’area piccola per poi aprirsi il campo in verticale, gli inglesi si ritrovarono costretti ad affrontare in 10 il finale della ripresa a causa dell’espulsione di Claudio Bravo, subentrato a sua volta all’infortunato Ederson, con un laterale (Walker) improvvisamente tra i pali.

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Una situazione di emergenza, oltre che di evidente handicap, che tuttavia non ha impedito alla squadra di Guardiola di preservare il pareggio producendo 10 minuti di pressione totale sulla metà campo avversario, congelando il pallone e accettando duelli individuali contro un’Atalanta che – peraltro – fa dello stesso uomo contro uomo il proprio credo. Quella sera a San Siro, l’assenza di un portiere ha di fatto permesso al Manchester City di annullare l’inferiorità numerica, resistendo all’avversaria con una forza uguale e contraria e spalancando visioni di un futuro che non sembra troppo distante.

E qui, infine, arriviamo al rovescio della medaglia. L’obbligo di contrastare avversari più numerosi e con più spazio a disposizione per preparare l’attacco, ha infatti finito per condizionare anche l’atteggiamento di chi difende. Se il portiere rappresenta l’uomo in più per chi costruisce, la strada più diretta per limitare le conseguenze della disparità numerica (11 contro 10) è pressare tutti gli altri trasformando la partita in una sorta di puzzle di duelli a tutto campo.

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Vista dal secondo anello di San Siro, l’Atalanta uomo contro uomo a tutto campo sulla costruzione del Manchester City durante la sfida della fase a gironi di Champions League del novembre 2019: Djimsiti, avanzato nell’area avversaria, ha appena scalato su Ederson, che sventaglia a sinistra su Mendy. Sul laterale francese arriva puntuale Hateboer, mentre i difensori accettano la parità numerica

Gli esempi sono infiniti: dalla solita Atalanta di Gasperini, che ha fatto scuola anche all’estero, fino al Verona di Juric, al nuovo atteggiamento ultra-offensivo dell’Inter di Conte, al Lipsia di Nagelsmann. Il risultato è la crisi del concetto di difesa a zona integrale in linea (poco efficace anche perché la regola del fuorigioco non vige sulla rimessa dal fondo). Un modello oggi sostituito un po’ ovunque dalle scalate in avanti stile Gasperini, con gli attaccanti e i centrocampisti in pressing feroce sui difensori avversari appena ricevono palla dal loro portiere, e i difensori alle spalle in marcatura preventiva, uno contro uno, incollati alla schiena delle punte avversarie. La via è segnata: sostenere una difesa in parità numerica in campo aperto è oggi l’unica via possibile per poter pressare gli avversari nei settori più alti del campo e limitarne la costruzione in superiorità numerica.

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Ancora l’Atalanta e la sua tipica disposizione 1 vs 1 sulla costruzione del Psg, a Lisbona, nel quarto di finale della Champions League 2020

Sempre più lungo, largo e cerebrale, il calcio sembra quindi correre verso una epocale trasformazione, da sport a basso punteggio (1-0, 1-1, 2-1) a sport a medio punteggio (3-3, 4-3, 5-4). Una singola giocata, che sia un dribbling, un anticipo sbagliato o una palla persa in costruzione, può spalancare voragini e condurre direttamente al gol, su entrambi i fronti del campo. Per questo si crea, si sbaglia e si segna sempre di più, e come nel ping-pong la palla schizza da un lato all’altro seguendo un ritmo inizialmente lento e poi improvvisamente esplosivo. Fedele rappresentazione del cosiddetto effetto farfalla, per cui il battito d’ali a ridosso di una porta può provocare un uragano nell’area avversaria.

Ogni volta che accade, è come se la rivoluzione degli spazi e del pensiero inaugurata da Neuer finisse per compiersi, e il calcio ci ricordasse quanto in fretta è cambiato da quella notte d’estate di Porto Alegre.

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